• liberaribelle

Di destino, strade e limonate

Ammettere a me stessa dell'esistenza di qualcosa più grande di noi è stata una delle cose più difficili che io abbia dovuto fare.

Quante volte capita di chiederci "Perché tutto questo sta succedendo a me?".

Spesso questa domanda ce la poniamo nei momenti di grande sofferenza ed impotenza dinnanzi al dolore, perché quando stiamo bene e siamo felici lo siamo e basta non ci poniamo alcuna domanda.

Può sembrare una di quelle citazioni da scrivere sotto una foto postata su Istagram, ma è grazie alle difficoltà e al dolore che noi siamo chi siamo.

La mia prima doccia fredda l'ho fatta a diciassette anni, ho capito che non è detto che sia possibile realizzare i tuoi piani, pur avendo ben chiaro ciò che vuoi ottenere.

Sin da quando mossi i miei primi passi il pallone era sempre davanti a me, calciarlo era uno dei gesti che più mi veniva naturale. Era ciò che sapevo far bene, era ciò che mi rendeva felice ed era ciò che avrei voluto fare per sempre

Ero determinata a farne il mio futuro e, per quanto possibile in Italia, la mia professione. 

Non ho mai avuto un piano B perché tutte le mie energie erano orientate verso il mio obiettivo. 

A diciassette anni la mia schiena ha dato il primo segnale di cedimento, troppo fragile per potermi permettere di giocare a calcio. Un brutto contrasto, una caduta scomposta e i danni sarebbero stati irreversibili. 

Ho sentito la terra cadermi sotto i piedi, avrei potuto correre il rischio e continuare per la mia strada oppure dare ascolto a ciò che il destino mi stava dicendo. 

In quel momento non mi era così chiaro che fosse per il mio bene, per la mia felicità. Quel momento è durato anni. 

Come ho detto prima non avevo un piano B e, dopo aver saputo di non poter più giocare a calcio, intorno e dentro di me c'era un solo e grande vuoto. Ho cercato di colmarlo con relazioni malsane, poi ho cercato di vivere una vita ordinaria. La costante in tutto ciò è stata il fallimento, su tutti i fronti. 

Sono andata per tentativi, facendomi guidare dalle tante passioni che ho sempre avuto, ma nessuna di queste era tanto forte a tal punto da poter sacrificare tutte le altre in nome di essa. 

Ad ogni fallimento a cui andavo incontro la reazione che adottavo era quella di accantonare la passione in questione. Credevo che continuare a coltivarla fosse una perdita di tempo, perché non era la mia strada.

"Ma quale allora? Davvero ne esiste una anche per me?

Queste domande diventano prima il mio chiodo fisso, poi l'assenza di risposte e la paura mi spingono ad appallottolarle e nasconderle in uno di quei cassetti. L'irrisolto però, come ho ben imparato, ti chiede sempre il conto. 

Queste domande allora tornano a riempire la mia mente, ma questa volta sento che lo fanno in modo diverso. Parlare con Fede mi aiuta tanto soprattutto mi fa capire che il modo in cui mi ponevo queste domande era sbagliato e per questo non ottenevo risposte. 

Alla domanda: "Esiste una strada per me?" la risposta è: "No! Ce ne sono a migliaia". 

Non sono solo una cosa, ma "contengo moltitudini"


Se avessi continuato a giocare a calcio, mi sarei persa tutte le altre mie sfaccettature concentrando le mie energie su unico e solo obiettivo. Seppur sia stato un percorso doloroso, sono grata al destino per esser intervenuto e per avermi aperto a tutte queste possibilità. Da oggi non voglio sprecarne neanche una. 

Da quando ho lasciato l'università non ho più letto o guardato un documentario storico, la sola idea di farlo non mi trasmetteva sensazioni positive, riportava a galla tutta l'angoscia di quel periodo. Solo ora mi rendo conto che non ha alcun senso. Perché abbandonare una passione? Perché non leggere più delle grandi imprese del passato? In fin dei conti erano la sensazione di soffocare, i ritmi ben scanditi delle sessioni universitarie e la frustrazione per non stare nei tempi a farmi angosciare. 


"Prendi il limone più aspro che la vita possa darti e fanne qualcosa di più simile ad una limonata".

È ciò che il Dottor K dice a Jack Pearson quando gli comunica che ha appena perso uno dei suoi tre gemelli neonati, ma che può comunque tornare a casa con tre figli adottando un bambino anche lui nato quel giorno ma abbandonato davanti ad una caserma dei pompieri.

Jack e sua moglie Rebecca non ci pensano due volte e fanno di quel limone aspro la limonata più buona del mondo. 

Il destino mi ha dato quel limone tanto tempo fa, ne ha fatti seguire degli altri e io non ho avuto la stessa prontezza di Jack e Rebecca, ma non importa. Ciò che conta è farlo e io ho preso quei limoni, li ho tagliati in due metà e sto iniziando a spremerli pensando a quando finalmente gusterò la mia limonata, lo farò con il sorriso ad illuminarmi il viso e la pace nel cuore.